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numero 3 - anno XI

(maggio- GIUGNO 2002)

Attacco ai diritti sindacali 

Il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici avrà conseguenze per l'intero mondo del lavoro 

Di Antonio Domenico Trivilino

In questi giorni è stato rinnovato il contratto collettivo dei lavoratori statali norvegesi. Le trattative si sono risolte in tempo da record e gli impiegati di tutte le categorie hanno ottenuto un aumento salariale notevole, minimo NOK 7.500,-.Questo aspetto favorevole non ci deve far dimenticare che il patronato ha ottenuto dei cambiamenti che alla lunga potranno distruggere i sindacati. Con questo contratto il potere patronale è aumentato di molto mentre il potere contrattuale dei sindacati è stato notevolmente ridotto. Alle prossime trattative i sindacati non sederanno più alla pari: l'ultima parola spetterà di diritto ai padroni. Inoltre lo stato norvegese ha smesso di essere all'avanguardia nel proporre condizioni di lavoro migliori per i propri dipendenti. Condizioni che puntualmente venivano estese, dopo alcuni anni, al resto dei lavoratori. Il ministro per la riforma burocratica, Victor Nordmann, ha introdotto e cercherà di introdurre altre riforme ispirate alle riforme introdotte nel Regno Unito durante l'ondata conservativa-reazionaria guidata da Margareth Tacher che ha creato milioni di poveri nel Regno Unito. L'attacco infatti non è portato solo contro i dipendenti statali ma contro tutto il concetto della socialdemocrazia che si fonda proprio sul lavoro svolto da dipendenti statali e/o comunali per la ridistribuzione dei servizi anche alle classi meno ricche. L'attacco è portato sotto l'insegna di rendere concorrenziali i servizi offerti dagli enti pubblici introducendo delle dinamiche legate alla gestione delle imprese private. Questo sgretolamento del sociale ha creato una situazione di povertà pubblica che non si era mai visto in Norvegia e un accumulo della ricchezza nelle mani di un dieci per cento della popolazione. Proprio in questi giorni l'Istituto Centrale di Statistica Norvegese ha reso pubblico dei dati dai quali risulta chiaramente che il divario tra i più ricchi e più poveri è aumentato anche nel 2001. Indubbiamente c'è stato un alleggerimento della pressione fiscale (leggere l'articolo sulla Tassazione nei paesi dell' Ocse ) ma a vantaggio di chi? Certamente non della parte più povera della popolazione che si vede ridurre i diritti acquisiti con tante lotte.

Agonia di una nazione

L'intellettuale albanese Myftar Jare descrive la situazione del suo Paese a 10 anni dalla caduta del regime comunista.

di Marco Sedda

Il Unico Paese dove convivono senza problemi le tre più importanti religioni dei Balcani (cattolica, ortodossa e mussulmana), l'Albania in questi ultimi due anni è tornata, drammaticamente, sotto i riflettori dell'opinione pubblica dopo cinquant'anni vissuti ai margini della storia europea.

Per capire i travagli di questa nazione abbiamo intervistato l'intellettuale albanese Myftar Jare. Una vicenda politica, la sua, che vale la pena raccontare. Ancora adolescente, dal '38 al '41 combatte con i partigiani comunisti per liberare il suo Paese dai fascisti invasori. Durante la guerra assume la funzione, prevalentemente politica, di Commissario di divisione. Nel '45 è procuratore militare per i Tribunali speciali che giudicano i criminali di guerra. L'anno dopo è viceministro della Sicurezza di stato e nel '47, ad Atene, partecipa alla Conferenza internazionale per la pace nei Balcani. Nominato colonnello, alla fine del '48 viene arrestato e passa otto mesi in carcere con l'accusa, che allora poteva esser mortale, di antistalinismo. Riabilitato, ricopre la carica di viceministro dell'economia, ma nel '67 viene allontanato da Tirana e confinato per sette anni in un piccolo paese del sud dell'Albania. Nell'84 si ritira dalla vita politica attiva. 

Signor Jare, l'impressione che si ha visitando l'Albania oggi è quella di un Paese allo sbando, come se fosse reduce da una guerra. Come giudica la classe dirigente post-comunista?

"Dopo la dittatura ci si aspettava che la situazione migliorasse, ma non è stato così: negli ultimi dieci anni la condizione dell'Albania si è aggravata. Gli uomini politici che oggi dirigono il Paese non hanno prestigio, sono persone senza scrupoli che pensano solo ad arricchirsi e rubare. Sacrificano tutto, anche gli interessi del popolo, per i soldi. Tanto per fare un esempio il leader socialista Fatos Nano è intelligente e colto, ma non è molto pulito come persona, è un intrigante, vuole solo la sedia per governare, non gli importa niente del popolo". 

In questa situazione qual è il ruolo degli intellettuali?

"In questo momento gli intellettuali non vogliono fare niente perché non vedono nessuna via di uscita". Anche lei?"La mia speranza è che questa gioventù possa fare una politica più pulita. Comunque molti giovani scappano, perché qui non vedono nessun futuro". Cosa pensa della proposta, avanzata da Sergio Romano e da alcuni diplomatici, di una sorta di protettorato dell'Unione Europea?"È un'ottima idea, questa è l'unica via d'uscita che anche gli albanesi si augurano. Inoltre vorremmo che gli italiani fossero più vicini a noi. Ci si aspetta maggiore partecipazione dall'Italia, soprattutto nei confronti del patto di stabilità dei Balcani".

A proposito dei Balcani, come vede la situazione?

"All'inizio si pensava bastasse l'intervento della Nato, ma non è stato così, non si è risolto niente. Rimane sempre il rischio di una guerra: sono rimasti albanesi nel sud della Serbia e nel nord del Kosovo. Proprio nei confronti del Kosovo si notano tutte le contraddizioni dei leader politici albanesi, che non vanno d'accordo tra di loro. Sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti non riescono a trovare una persona che li possa aiutare. È ancora tutto da discutere. E ora anche i montenegrini sono contro i serbi".

Come giudica la politica italiana nei Balcani?

"Contraddittoria. Tutto deriva dalla vostra politica estera, che è divisa sia in Albania che in Kosovo. E poi l'attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, aiuta tantissimo Berisha, una persona molto pericolosa per l'Albania, un vero e proprio terrorista".

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