L'AURORA sul web

numero 2 - anno X

(gennaio-febbraio 2001)

Il modello norvegese per la “Lingua sarda unificata”

Legge dello Stato 15.12.1999 n. 482 ha colmato una lunga lacuna legislativa. Con oltre quattro decenni di ritardo ha indicato le minoranze linguistiche da proteggere come previsto esplicitamente dall’articolo 6 della Costituzione (e ha recepito inoltre i contenuti della “Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie” approvata a Strasburgo il 5 novembre 1992). La legge tutela dodici minoranze linguistiche, indicate come «popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate, e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo».

La Regione Autonoma della Sardegna, essendo già partita autonomamente in questa direzione (la prima legge regionale organica in materia di lingua e cultura fu respinta dal Consiglio dei ministri e dalla Corte costituzionale nel 1993) ha ufficializzato “la lingua sarda unificata” il 9 dicembre 2000, durante la “Seconda conferenza regionale sulla cultura e sulla lingua sarda”. In questa sede sono stati presentati i lavori della commissione, formata da undici linguisti, incaricata di formulare un’ipotesi di normalizzazione ortografica della lingua sarda e di elaborare un progetto d’unificazione linguistica.

Il problema fondamentale era quello di formulare uno standard della lingua sarda che potesse unificare le (tre principali) varietà dialettali: un’operazione non solo tecnicamente complessa ma soprattutto giudicata da molti (sia prima che dopo la conferenza) artificiosa, forzata se non pericolosa. Al proposito, il relatore della proposta alla conferenza regionale, Massimo Pittau, è intervenuto recentemente per chiarire il senso delle decisioni prese dalla commissione (L’Unione Sarda, 11 gennaio 2001). In sintesi, la posizione della commissione è la seguente: 1) «tutti i Sardi possono e debbono continuare ad usare il dialetto o la varietà dialettale che di fatto già usano», nella scuola come nelle amministrazioni; 2) «la “Lingua sarda unificata” deve avere i seguenti caratteri essenziali: a) la valenza burocratico-amministrativa ad uso dell’Assessorato ed eventualmente dell’intera Amministrazione regionale; b) lingua non effettivamente parlata, ma solamente scritta; c) carattere sperimentale e perfettivo in base al suo uso effettivo», con la possibilità di un «eventuale uso più ampio della lingua unificata».

Difficilmente le precisazioni del professor Pittau calmeranno i numerosi critici e oppositori che con argomenti e interessi di varia natura continuano ad attaccare l’operato della commissione e della Regione stessa. Restando sul solo piano della discussione aperta e razionale, la premessa che sta alla base della maggior parte delle critiche è la contraddizione insuperabile che esisterebbe tra un unico Sardo scritto e le molteplici varietà parlate, per cui o lo standard scritto soffocherebbe e distruggerebbe le varietà parlate o queste ultime renderebbero inutilizzabile e destinata a fallire in partenza la forma unificata.  In realtà, come la situazione linguistica della Norvegia insegna, tale contraddizione non è né inevitabile né scontata.

In Norvegia vi sono due forme scritte ufficiali di Norvegese, il Bokmål e il Nynorsk. Il Bokmål, la lingua utilizzata dalla maggioranza dei norvegesi, è stata sviluppata a partire dal 1814 quando, dopo quattrocento anni di dominazione danese, molti lavorarono alla creazione di una lingua scritta in sostituzione di quella danese. Parole ed espressioni norvegesi vennero progressivamente inserite nel danese scritto e coniugate in maniera consona alla pronuncia norvegese, che nei quattrocento anni si era via via distanziata dal danese. Al contrario il Nynorsk è la lingua scritta creata da una sola persona, il linguista Ivar Aasen. Il progetto di Aasen era quello di formulare una lingua scritta che fosse allo stesso tempo la più simile a quelle parlate e la più incontaminata dal danese. Attualmente entrambe le forme vengono insegnate nella scuola come prima o seconda lingua (l’ottantatré percento degli scolari ha il Bokmål come prima lingua).

Per quanto riguarda il Norvegese parlato la situazione è quella di una pluralità di dialetti (dialekter) non solo parlati localmente, ma comunemente utilizzati in televisione, in politica o nel luogo di lavoro, perfino da coloro che si trasferiscono dalla propria zona d’origine. L’equilibrio linguistico norvegese si regge da quasi due secoli sulla tolleranza, che dalla lingua scritta, dove sono frequenti le varianti grammaticalmente corrette, arriva sino ai singoli parlanti abituati alle differenze.

Se “la lingua sarda unificata” verrà intesa secondo gli intenti dichiarati della commissione (che ha sottolineato l’aspetto essenziale della differenza tra lingua scritta e parlata, e ha insistito sulla natura sperimentale della proposta) e il sistema linguistico della Sardegna sarà improntato alla tolleranza, si potrà finalmente avere una forma di lingua sarda standardizzata (unica lingua neolatina finora a non averla), senza per questo forzare alcuno a rinunciare alla lingua che ha sempre parlato.

SM

Cinquant'anni di design italiano

L’inaugurazione della mostra il «Compasso d’Oro», che vede esposti gli oggetti vincitori dell’omonimo prestigioso premio negli ultimi cinquant’anni, ha portato norvegesi e non a riflettere sul successo del made in Italy. Un successo ormai entrato a far parte dell’immagine del nostro paese e che non manca di suscitare l’ammirazione e la curiosità dei nostri ospiti.

Il design è l’espressione della cultura e della personalità di un popolo, spiega il presidente della Triennale di Milano Augusto Morello, invitando i designers norvegesi a cercare ispirazione nelle propria tradizione, anziché tentare di imitare ciò che altri paesi hanno saputo produrre. L’importanza del legame con la propria cultura e tradizione è emerso anche dalle parole del designer Carlo Forcolini, il quale ha illustrato idee e intuizioni che hanno dato vita ad alcune delle sue più celebri creazioni.

Un invito a resistere alla tentazione di disegnare prodotti da esportazione privi di personalità, che nell’ansia di soddisfare il gusto dell’uomo-massa, non possono che tendere alla mediocrità. D’altro canto, la totale chiusura verso idee e influenze di altre culture non rappresenta una valida alternativa, come dimostra anche l’esempio di architetti sudamericani che, spinti da un eccessivo desiderio di originalità - non privo di una forte connotazione ideologica - hanno rinnegato i legami con il continente europeo, dimentichi che l’apertura e il confronto con altre culture rappresentano un momento indispensabile della creazione artistica.

Poiché il compito del designer è quello di fondere ricerca estetica e funzionalità, le ragioni del successo italiano vanno ricercate anche nella capacità di scoprire soluzioni alternative, nuove applicazioni per forme e materiali già esistenti. Una capacita quest’ultima affinata anche dalla povertà di materie prime del paese e dalla tradizionale «arte di arrangiarsi» dei suoi abitanti. La ricerca di una propria originalità espressiva può dunque valersi della riscoperta di oggetti d’uso comune e delle soluzioni peculiari che ogni popolo ha sviluppato per far fronte alle più diverse esigenze. Un’originalità che la Norvegia non faticherà certo a scoprire, non fosse altro che nella sua necessità di adattamento a peculiari ed estreme condizioni climatiche.

Proprio quest’esigenza di originalità fa si che i design di paesi con profonde differenze culturali raramente entrino in competizione o godano dello stesso successo.

Approfondimenti

  | Intervento di Eugenio Telleschi |

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