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numero 1 - anno XI

(gennaio- febbraio 2002)

Te la do io la globalizzazione

La sfida che le aziende italiane devono affrontare sul mercato mondiale: parla Emma Marcegaglia, vice presidente di Confindustria

Fino a poco più di vent'anni fa non compariva in nessun dizionario inglese o americano, ma oggi è una delle parole più in voga. La globalizzazione (dal verbo to globalize), l'irreversibile e complesso processo che con impressionante velocità sta trasformando il pianeta in un unico mercato capitalistico, è un fenomeno che solo recentemente è diventato materia di studio e analisi.

Per questo è nata l'Aseri, l'Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell'Università Cattolica di Milano. E proprio per spiegare agli studenti i rischi e le opportunità che le recenti trasformazioni impongono agli Stati, alle organizzazioni internazionali e alle imprese, il direttore della scuola Lorenzo Ornaghi ha recentemente invitato il vice presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. 

Forte del suo ruolo di imprenditrice di successo (il gruppo Marcegaglia è leader europeo nella trasformazione dell'acciaio) e di consigliere delegato della Confindustria per i rapporti con l'Europa, Marcegaglia ha illustrato cosa comporta per le imprese italiane questo avvicinamento dei mercati e della finanza a livello mondiale. La globalizzazione le costringe non solo a una maggiore concorrenza, per l'ingresso nei mercati mondiali di Paesi che prima non c'erano, ma anche a un cambiamento continuo, per la capacità di reazione molto più veloce rispetto al passato che devono avere. 

La globalizzazione, insomma, obbliga la tipica azienda italiana ad una vera e propria rivoluzione copernicana: la logica del "piccolo è bello", spiega Emma Marcegaglia, non è più vincente e non è più sinonimo di efficienza, ma spesso diventa un vero e proprio limite. L'impresa deve avere la capacità di moltiplicare i mercati in cui è presente, ampliare la gamma dei propri prodotti o fare una serie di acquisizioni per espandersi sempre più. Deve inoltre aprirsi maggiormente al mercato (sono ancora troppo poche le società quotate), anche se non è una cosa facile: "nelle aziende create negli ultimi 30/40 anni - continua l'ex presidente dei giovani industriali prendendo ad esempio l'azienda di famiglia - l'identificazione con la famiglia del fondatore è ancora troppo forte". 

Per stare al passo che la globalizzazione impone, diventa indispensabile l'innovazione tecnologica. E qui arrivano i primi moniti della giovane dirigente di Confindustria: l'Italia effettua ancora poca ricerca rispetto alla media europea, e ancora meno ne fa il settore privato. Ma è tutta l'azienda Italia a dover correre di più: anche se nel 2000 è andata un po' meglio, siamo ancora troppo lontani dai livelli raggiunti dagli altri paesi industrializzati. L'Europa in media è cresciuta del 3,5 per cento, mentre noi siamo cresciuti del 2,9. E se andiamo a vedere gli ultimi dieci anni, l'Italia è sempre stata la pecora nera. Le cause sono sempre le stesse: tasso di occupazione molto più basso della media Europea, poca flessibilità del mercato del lavoro, infrastrutture inadeguate, scarsa capacità di attrarre investimenti dall'estero, alta pressione fiscale che limita la crescita e gli investimenti. 

Per Emma Marcegaglia le cose da fare sono abbastanza chiare, ma non sempre c'è la volontà politica di farle: "È vero che abbiamo privatizzato molto - ammette - ma in termini di liberalizzazioni, soprattutto nei mercati del gas, dell'energia, delle telecomunicazioni e dei servizi locali, rimane ancora tanto da fare. In Italia l'accesso al mercato è difficile, in alcuni casi la liberalizzazione è nulla o molto scarsa, e questo frena l'economia". 

La sfida è lanciata. Tocca alla futura classe dirigente del Paese raccoglierla.

Marco Sedda

Dieci anni di attività

L'Associazione Italiani in Norvegia compie 10 anni nel 2002. La sua età reale è molto più elevata. Infatti la nostra Associazione ha raccolto l'eredità delle altre associazioni italiane che si sono succedute qui in Norvegia. In particolare verso la fine degli anni 1970 c'era un'associazione di italiani molto numerosa ed attiva. Lo scopo principale di detta associazione era quello di tutelare i diritti pensionistici degli italiani residenti in Norvegia. Far presente alle autorità competenti i nostri punti di vista. In quel periodo si lavorava per il rinnovo dell'accordo bilaterale in materie sociali tra il Regno di Norvegia e La Repubblica Italiana. La creazione dello Spazio economico europeo e la legislazione sul piano sociale ad essa legata hanno reso obsoleti gli accordi bilaterali tra gli stati aderenti allo Spazio economico europeo. Venendo a mancare lo stimolo principale l'associazione ha chiuso i battenti. Figure trainanti in questo periodo sono state il defunto Franco Belvisi, Luigi Spada, Francesco Duraturo, Antonio Domenico Trivilino, Giuseppe Valvo etc. etc.. Questo periodo è stato anche un periodo molto burrascoso che purtroppo a creato anche delle faide personali. 

Sotto la spinta di Francesco Duraturo, Antonio Domenico Trivilino, Giuseppe Valvo, Pippo Martinez, D'Angelo e Augusto Padoin la nostra Associazione è risorta dalle ceneri nel 1992. Ha vissuto momenti di grandissima attività. La situazione economica l'ha costretta a cambiare ben tre sedi. Attualmente attraversa un periodo di crisi. Nonostante la crisi, tenendo conto del numero esiguo di connazionali che risiedono in Norvegia e la loro distribuzione sul tutto il territorio nazionale, si tratta di un vero miracolo che ci sia ancora un'associazione. Il merito spetta ad alcuni soci tra quali Danilo Rini, Franco Angelillo, Celine Retvik, Sivia Spada Tidemann, Nicolò Visaggi, Lino Ghersetti e, ultimamente, Gian Luca Congeddu e Salvatore Massaiu. 

Anche "L'Aurora" compie i suoi primi dieci anni ad aprile. Come tutti i festeggiati si aspettano tanti regali. Il regalo più bello che si possa fare alla nostra Associazione è rinnovare l'adesione e partecipare attivamente alle nostre manifestazioni. Ci sono ancora tanti italiani che non sono nostri soci. Il regalo più bello che si possa fare a "L'Aurora" quello di inviare articoli o critiche sugli articoli apparsi sul nostro giornalino. Come forse già sapete si tratta dell'unico giornale in lingua italiana e viene inviato a tutti gli italiani residenti in Norvegia, anche ai non soci, ed ad istituzioni italiane e norvegesi in Italia e in Norvegia. "L'Aurora", nonostante tutto il lavoro sia fatto gratuitamente, ad eccezione delle spese di stampa e di spedizione, ha bisogno anche di un sostegno economico. Pertanto invitiamo le istituzioni italiane e le ditte italiane operanti in Norvegia a sostenerci con della pubblicità. 

Cogliamo l'occasione per ringraziare il ristorante Santino's di Bardellotti e la ditta Rapid Gruppen A/S di Illidi che hanno, con la loro pubblicità, sostenuto attivamente il nostro notiziario.

ADT

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi

Care italiane, cari italiani, eccomi giunto al mio terzo appuntamento di fine anno con voi. Voglio anzitutto rivolgervi un augurio sincero di buon anno: un augurio a voi che vivete in Patria, e a tutte le comunità di Italiani all'estero, che come noi hanno nel cuore l'Italia. 

Il mio pensiero augurale va in particolar modo agli Italiani d'Argentina, e all'Argentina in crisi: possa questo grande Paese, che sentiamo a noi così vicino, ritrovare presto la strada della serenità e del progresso. 

Quando ho cominciato a pensare a ciò che volevo dirvi, mi sono subito venuti alla mente due eventi, di natura e di significato opposti. Uno sta per compiersi: fra poche ore, in dodici Paesi dell'Unione Europea, comincerà a circolare la stessa e unica moneta, l'euro. Stiamo per dire addio alla lira, con nostalgia, nel ricordo soprattutto di quanto ha significato per l'unità d'Italia dalla sua nascita nel 1862, allorché sostituì le diverse monete che circolavano negli stati italiani preunitari. Fu un veicolo della nostra unità. Ora nasce l'euro. E' la prima volta nella storia che, per libera scelta, non per imposizione a seguito di conquiste territoriali o di eventi straordinari, un così numeroso gruppo di Paesi, nei quali vivono oltre 300 milioni di persone, si dà una moneta unica. Al di là di ogni considerazione economica, è un grande segno di pace; è la prova concreta, definitiva, dell'impegno solenne assunto dai popoli europei di vivere insieme. 

L'altro evento che ho nella mente è fissato in un'immagine tragica: i due aerei dirottati fatti esplodere contro le torri gemelle di New York; i grattacieli che crollano seppellendo migliaia di innocenti. Un atto di barbaro terrorismo. E' un'immagine che non dimenticheremo, che non dobbiamo dimenticare. Ma non deve diventare il nostro incubo; ci deve tener sempre vigili nel difendere la civiltà. 

Quel drammatico 11 settembre - l'aggressione crudele a un Paese amico, gli Stati Uniti d'America, dove vivono milioni di Italiani o discendenti di Italiani che hanno contribuito a farlo grande col loro lavoro - ha riportato di colpo al nostro orizzonte lo spettro della guerra. 

Nell'animo di un uomo della mia generazione, la parola guerra fa riaffiorare molti ricordi. A cominciare dall'estate del 1939: lo scoppio della seconda guerra mondiale. Vissi quell'estate, insieme con giovani di tanti Paesi d'Europa, all'università di Bonn in Germania. Studiavamo il tedesco. A me doveva servire - avevo diciannove anni - per approfondire la conoscenza della filologia classica, la disciplina che avevo scelto. La mattina, giovani coetanei, francesi, italiani, belgi, inglesi, frequentavamo l'Università. Nel pomeriggio ci si ritrovava sulle rive del Reno, anche con amici tedeschi. Parlavamo, con un misto di incredulità e di turbamento, con la spensieratezza dei vent'anni, della tempesta che stava per scoppiare sulle nostre teste, che avrebbe potuto portarci a combattere gli uni contro gli altri. Ed accadde l'irreparabile. 

Coloro che ebbero la fortuna di sopravvivere - e non dimenticheremo mai i volti dei compagni caduti nella giovinezza - fecero nei loro cuori un giuramento: mai più guerre tra noi. Nei nostri animi si accese una passione che non si è più spenta. E' la passione che ha generato l'Unione Europea. Alla base del suo successo sta il principio che ispirò la prima creazione comunitaria, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio: mettere in comune, anziché spartire. Allora furono messi in comune il carbone e l'acciaio: ora, con l'euro, la moneta. Si rinuncia a parti di sovranità nazionale, per acquisire insieme una nuova sovranità, la capacità di governare insieme il nostro destino comune. 

Fatto l'euro, l'integrazione europea andrà avanti. Integrazione, a qual fine? Per contare di più. Le vicende che viviamo ci dicono che nel mondo c'è più bisogno d'Europa. L'Europa unita è già oggi, ma deve diventare ancor più in avvenire, una grande forza di pace, per sé e per tutti i popoli. Per esserlo, l'Unione Europea deve trasformarsi in un soggetto politico unitario. Deve poter parlare con una sola voce sui grandi problemi. Deve operare per la crescita di un sistema d'istituzioni di governo mondiale. 

In questi ultimi anni Europei, Americani, Russi abbiamo lavorato insieme nei Balcani, dove odi insensati avevano fatto esplodere conflitti, creando una minaccia gravissima per tutti. C'erano stati massacri, deportazioni d'interi popoli. Per porre fine a quelle tragedie, per proteggere i perseguitati, per permettere loro di ritornare alle loro case, non esitammo ad impiegare le nostre Forze Armate. Non c'era altra scelta. Possiamo essere orgogliosi di ciò che hanno fatto e fanno, in Albania, in Bosnia, nel Kossovo, in Macedonia, in Eritrea, i nostri ragazzi in uniforme, e i nostri volontari civili, impegnati in opere a favore dei profughi, dei più deboli. Siamo orgogliosi dello spirito con cui gli uni e gli altri hanno svolto e svolgono il loro compito, riuscendo a farsi stimare perché sono portatori di pace. Lo sono anche le unità ora destinate all'Afganistan, impegnate nel quadro di una missione internazionale in un compito difficile, ma necessario: aiutare a ricostruire uno Stato nella legalità. 

A tutti i nostri militari e volontari nel mondo va il mio fervido augurio. Oggi, dopo l'11 settembre, non dobbiamo esitare a combattere un nemico particolarmente insidioso, una rete terroristica internazionale, ispirata da un fanatismo irrazionale. Questa lotta non giungerà al pieno successo, se affidata soltanto alle armi. E' necessario il sostegno concorde dei popoli. Essi chiedono una maggiore giustizia, per ridurre le enormi disuguaglianze che caratterizzano la società moderna. Il progresso, la cosiddetta globalizzazione, hanno avvicinato l'umanità, nel tempo e nello spazio. Il confronto fra le condizioni di vita dei popoli ricchi, e di quelli privi dei beni essenziali per la sopravvivenza, si è fatto intollerabile. 

Se guardiamo la Terra dallo spazio, con i nostri astronauti, ci sentiamo padroni del mondo. Ma la televisione ci porta ogni giorno immagini, che ci sconvolgono, di guerra, di fame, di malattie. E' necessario mobilitare tutte le nostre risorse per eliminare la miseria, fonte di disperazione, terreno di coltura della violenza; così come per salvaguardare l'ambiente, nell'interesse dell'intero genere umano. Oggi abbiamo i mezzi per farlo, dobbiamo e possiamo farlo. 

L'Europa propone al mondo il principio del dialogo: a cominciare da quello col mondo islamico, che ci è così vicino, sull'altra sponda del Mediterraneo. E' necessario per il bene comune che si parlino, in spirito di amicizia e di tolleranza reciproca, tutte le nazioni della terra. Nel Medio Oriente, vi è una disperata necessità di dialogo fra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese: senza dialogo, come si può sperare di porre fine alla cieca spirale di sangue che lascia i popoli senza un futuro? Toccano i nostri cuori le parole che il Papa rivolge all'umanità. Egli ha invitato tutti "a mobilitare le migliori energie, perché l'amore prevalga sull'odio, la pace sulla guerra, la verità sulla menzogna, il perdono sulla vendetta. Al Santo Padre invio il mio saluto grato e augurale per il nuovo anno. Insieme con lui respingiamo ogni idea di una guerra di religione. Una siffatta guerra non c'è e non ci sarà; ripugna alle nostre coscienze, contraddice il fondamentale principio che è il rispetto dei diritti di ogni essere umano. 

Vengo all'Italia. L'amore della libertà, la volontà di dialogo, sono i principi ai quali si ispira l'idea di Stato che i padri della nostra Repubblica hanno disegnato quando hanno scritto insieme, pur divisi com'erano da dissensi politici, il testo della nostra Costituzione. La loro ispirazione veniva da lontano, dalla nostra identità di popolo, come l'avevano costruita secoli e millenni di una grande storia, che ha visto sempre l'Italia all'avanguardia della civiltà. Nei due anni e mezzo trascorsi dalla mia elezione ho compiuto un primo viaggio in Italia. Ne ho visitato oramai quasi tutte le regioni. Continuerò, di provincia in provincia. E' un viaggio bellissimo: ne traggo vigore, fiducia, orgoglio sempre più forte di essere italiano. Ovunque avverto, nella ricchezza delle diversità delle nostre contrade, quel "sapore d'Italia" che viaggiatori del presente e del passato hanno sempre avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di vita. Le radici dell'italianità sono antiche. 

E' antica la nostra nazione. Ma le origini del nostro Stato sono assai più vicine. Risalgono all'inizio dell'Ottocento, allorché uno stuolo di uomini di pensiero, poeti, letterati, filosofi, economisti, mossi da un grande amore per l'Italia, animati da un profondo senso etico, da alti ideali e principi, diventarono anche uomini d'azione, e uomini di stato. Quel movimento si pose chiari obiettivi: libertà; unità; indipendenza della Patria, dell'Italia. Si diffuse e fu vissuto con intensa passione civile. Si nutrì della consapevolezza delle radici profonde della nostra storia, della nostra civiltà. Non a caso fu chiamato Risorgimento. L'Inno di Mameli divenne l'inno della nazione italiana, l'inno del risveglio di un popolo. I grandi del Risorgimento non fecero sogni di conquista. Sognarono l'unità e la libertà d'Italia, e l'indipendenza di tutti i popoli. 

Vi è continuità fra gli ideali del Risorgimento e la Costituzione repubblicana, che l'Italia si è data dopo avere riconquistato la libertà con la Resistenza. Così come vi è continuità con la costruzione di un'Unione Europea che sia una Federazione di statizzazione. Sono imprese grandi. Con esse noi, eredi dei padri fondatori dell'Italia e dell'Europa, dobbiamo confrontarci. 

L'Italia è sempre stata ed intende rimanere all'avanguardia nell'integrazione europea. Non possiamo sfuggire alle sfide che la storia del Ventunesimo Secolo ci propone. Per preparare le nuove generazioni ad affrontarle bene, accanto alla famiglia, che è l'istituzione base della nostra società, deve operare una scuola capace di svolgere, con rinnovato impegno, il suo ruolo insostituibile di servizio pubblico: una scuola volta a formare i giovani, a prepararli ad assolvere responsabilmente i loro compiti di cittadini, e a favorire il loro inserimento, operoso e creativo, in una società che cambia ed avanza con tempi sempre più rapidi. 

Ci guidano alcuni principi, che uniscono gli Italiani, al di là delle diversità d'idee politiche. Siamo una democrazia parlamentare. Chi ha avuto la maggioranza, abbia modo, governando, di dimostrare quanto vale, quanto sa fare per il progresso del nostro popolo. Chi è minoranza eserciti con impegno e responsabilità il compito indispensabile dell'opposizione: di controllo, di critica, di proposta. Il dialogo fra le due parti, per essere costruttivo, presuppone che nella maggioranza la disponibilità all'ascolto, attento e aperto, della voce dell'opposizione, prevalga sulla tentazione di affidarsi sbrigativamente al rapporto di forza parlamentare; e che nell'opposizione la consapevolezza del diritto del Governo di portare avanti il proprio programma prevalga sulla tentazione del ricorso sistematico all'ostruzionismo. 

Una democrazia funziona bene se ciascuna istituzione esercita il proprio compito rispettando i limiti delle proprie competenze. La separazione dei poteri, il giudizio della Corte Costituzionale sulla costituzionalità delle leggi, la soggezione dei giudici esclusivamente alla legge, la neutralità e l'imparzialità delle Pubbliche Amministrazioni, garantiscono la libertà di tutti i cittadini. Il passaggio di funzioni dal governo centrale alle autorità di governo regionali e locali avvicina le istituzioni ai cittadini, valorizzando le autonomie. Questo passaggio deve avvenire razionalmente, al fine di rafforzare, non indebolire, l'unità nazionale. 

La Repubblica è una e indivisibile. Nel nostro ordinamento, il Presidente della Repubblica non ha, fra i suoi compiti, quello di governare. Egli rappresenta l'unità nazionale; vigila ed opera perché siano rispettati i principi costituzionali; ha il diritto-dovere di consigliare. Avverto tutta la responsabilità di rappresentarvi. Come guida, ho la Costituzione; le nostre tradizioni democratiche; il giuramento prestato dinanzi ai rappresentanti eletti della Nazione; la mia coscienza. 

Cari Italiani, care Italiane, gli innumerevoli incontri che ho avuto con voi, in Italia e all'estero, mi danno fiducia, anche in un momento per tanti aspetti difficile per tutti. Ho fiducia nell'Italia. Ho fiducia nel popolo italiano. Ho fiducia nelle istituzioni che ci siamo liberamente dati. E ho fiducia nell'Europa, la nostra nuova Patria più grande, che stiamo costruendo. Ai giovani rivolgo un augurio: continuate a sognare, a guardare lontano. E' un'abitudine che, dopo 81 anni, non ho ancora perduto. Se siete convinti di avere un'idea giusta, per migliorare il mondo in cui vivete, perseguitene la realizzazione, con tenacia, sempre nel rispetto delle libertà di tutti. Tanti nostri sogni impossibili si sono avverati. Così sarà dei vostri. A voi tutti, ovunque vi troviate, in Italia o nel mondo, auguro di nuovo, con tutto il cuore - e all'augurio si unisce mia moglie - un buon 2002. 

(1 gennaio 2002)


Messaggio di fine anno del Re di Norvegia Kong Harald V

Sono passati dieci anni da quando ho tenuto il mio primo discorso di capodanno come monarca regnante. Ciò da spazio ad alcune riflessioni. Quella volta dissi che è nel segno dell'ottimismo che ci si inoltra nell'anno nuovo. Non sono del tutto sicuro di potermi esprimere allo stesso modo oggi. Negli ultimi tempi abbiamo visto che la vita e l'ottimismo sono minacciati da più parti. Forse oggi non posso nemmeno fare mie le parole di Vaclav Havel: "Non sono ottimista. Perché non credo che tutto andrà bene. Ma non sono nemmeno pessimista, e non credo che tutto andrà storto. 

Ho speranza. La speranza è importante quasi come la vita; - senza speranza non raggiungeremmo mai i nostri obiettivi". Se c'è qualcosa che le generazioni precedenti ci hanno insegnato, è che possiamo sopportare l'incredibile - si, sebbene da adulti - nel mezzo dei più terribili avvenimenti, se abbiamo speranza. É quando viene meno la speranza che il futuro diventa minaccioso. 

Dieci anni passano in fretta. Per me significa che dobbiamo avere cura dei giorni che ci sono dati. Molto di quello che perdiamo possiamo riottenerlo, ma non il tempo perduto. - La vita deve essere vissuta nel presente. Ma per capire la vita dobbiamo anche sapere vederci nel passato. È soltanto quando ci addentriamo nel passato seguendo le nostre impronte all'indietro, e cerchiamo col lanternino, che abbiamo la possibilità di trovare le chiavi perdute. 

"Va piano, fermati spesso - e ascolta molto", così recita il vecchio motto della caccia. Forse può essere un'esortazione a noi tutti, oggi ultimo dell'anno. Oppure possiamo fare come quel personaggio nel libro di Karen Blixen: "Egli non prova a scacciare il tempo, ma si siede e vive". 

Nel corso degli ultimi anni, molti nel nostro paese sono usciti dal guscio per sorridere e gioire un po' e riscoprire il valore di andare, per l'appunto, un po' più lentamente e fermarsi per vivere. I film su Elling e sul coro di Berlevåg ci hanno colpito più fortemente di quanto ci abbiano appassionato. Forse è proprio la semplicità, la vita di tutti i giorni, laddove amicizia e comunanza sono centrali, che molti hanno perduto. Oppure è l'umorismo esuberante e la vita scarica d'impegni che ci manca. Ognuno a suo modo, i due film accendono speranza e mostrano aspetti fondamentali della vita umana. Un insegnamento che penso dovremmo riscoprire, è che la vita non ha bisogno d'essere perfetta. L'ordinario e il medio sono generalmente quanto basta. Nessuno ha ragione di esigere sempre la perfezione, nemmeno da se stesso. Così troppe persone oggi sono sfiancate e stanche perché sono sempre alla ricerca della vita di successo e della felicità ottimale. Successo, celebrità, e benessere sono diventati una forza motrice che alla fine solamente logora le energie. 

Allora può essere utile ricordare il piccolo componimento di Piet Heins: La distanza fra le nostre piccole sfide quotidiane e i drammatici avvenimenti mondiali è grande. Ma questi interessano la nostra vita e il nostro futuro allo stesso grado. 

L'undici settembre è stato un giorno doloroso. In aggiunta al fatto che molte vite umane sono andate perse, molti sogni ed illusioni sono stati ridotti a macerie. Le conseguenti azioni militari in Afganistan hanno condotto ad ulteriori perdite di vite innocenti ed ad ancor più paura ed inquietudine. L'intensificarsi del conflitto in Medio Oriente pure fornisce motivi di seria preoccupazione. 

I conflitti armati nel modo non sono una novità. La storia umana è piena di disaccordi e violenze. Gli attacchi contro gli Stati Uniti hanno riavvicinato noi, che viviamo in questa parte del mondo, alla vita. In ogni caso è importante che non ci schieriamo indifferentemente per la guerra e la sopraffazione, sia che colpisca noi stessi o altre persone lontano da noi. Dobbiamo sempre curarci di chi soffre. Allo stesso tempo, quello che abbiamo passato ultimamente può forse portarci a riscoprire valori come solidarietà ed amicizia. Mutamenti di prospettiva portano spesso a vedere chi ci sta attorno e le relazioni umane con una nuova ottica. È comprensibile che la gente provi inquietudine nella situazione in cui ci troviamo. 

Molti hanno l'impressione che il mondo cambi con velocità sempre maggiore e in modi incomprensibili. Sia la natura che l'economia mondiale possono pensarsi come in una situazione di disordine. I terroristi e i criminali fanno paura. Aspetto comune di tutte le minacce è che i confini nazionali non ne costituiscono più un ostacolo. Anche lo stato più potente è vulnerabile. Più che in altri periodi storici ci troviamo con un destino comune. La nostra unica speranza è di raccogliere le sfide assieme. 

In questa situazione l'ONU gioca un ruolo del tutto particolare. Per la Norvegia quest'organizzazione è sempre stata centrale, e le parole d'ordine della nostra politica estera sono cooperazione ed accordi vincolanti, dal disarmo e le operazioni di pace alla lotta alla povertà. Con le Nazioni Unite lavoriamo a che tutti possano godere dei diritti umani fondamentali. Stiamo uniti nel mantenere la pace, vietare armi che colpiscono ed uccidono indiscriminatamente, e nel portare i criminali di guerra davanti alla legge. Lavoriamo assieme per combattere l'AIDS ed altre epidemie, per controllare i cambiamenti climatici, e per rendere aria pura e acqua potabile accessibili a tutti. 

Nel centenario del Premio Nobel per la pace è pertanto fonte d'ulteriore felicità che proprio l'ONU ed il segretario generale Kofi Annan abbiano condiviso il premio. Il premo Nobel di quest'anno è un ammonimento ed un'accentuazione che L'ONU è, di fatto, il più importante forum per la pace e la cooperazione internazionale che ci sia al mondo. Per cent'anni il Comitato Norvegese del Premio Nobel si è per l'appunto dedicato al rafforzamento della cooperazione tra stati. La storia del Premio Nobel per la pace mostra che non vi è bacchetta magica per arrivare alla pace nel pianeta. Ma spesso i vincitori sono riusciti ad affondare le mani nel loro presente in modo chiaro e significativo. 

Il Premio Nobel per la pace ha indubbiamente portato la Norvegia all'attenzione internazionale. Con innumerevoli università e centri studi intorno al mondo tenendo conferenze e simposi aventi come punto di partenza il Nobel per la pace. Si scrivono libri e si organizzano dibattiti, e quando il vincitore viene annunciato ad ottobre ogni anno, pochi rimangono indifferenti. Immediatamente piovono le congratulazioni, i commenti, le urla e le critiche. Quando giungiamo alla stessa assegnazione del premio, ho la sensazione che gli occhi del mondo siano su Oslo e la Norvegia, così pure abbiamo sentito durante la spettacolare di due settimane fa. 

L'anno entrante, è indicato dall'ONU come anno dei monti e del patrimonio culturale. Significa un accresciuto riconoscimento dei valori centrali della vita. Quando impariamo a assegnare valore al nostro stesso patrimonio culturale, impariamo allo stesso tempo a rispettare quello degli altri. Questo è un importante passo per il dialogo pacifico e la comprensione reciproca. Abbiamo anche bisogno di riscoprire quale ispirazione e arricchimento una scampagnata in montagna può rappresentare. Sciare attraverso altipiani sereni, un ruscello autunnale che scorre, pesci che nuotano in un laghetto di montagna, oppure l'ampia veduta da una cima. Immagini ed esperienze simili conferiscono all'animo ricreazione e pace. 

Qui nel Paese abbiamo abbastanza natura incontaminata, aria fresca e campo d'azione. Lasciatemi in questo contesto elogiare tutti gli sforzi volontari per quanto concerne sia la cura che l'usa delle risorse naturali. Solo in pochi altri campi sociali così tante persone fanno attività volontaria come nello sport. Qui lo sforzo collettivo per compiere un opera comune si trova nelle migliori condizioni. Tornei grandi e piccoli vengono organizzati, vengono segnate piste per sci di fondo, si tengono bazar di dolci, e tanti vanno da una parte e dall'altra. In pochi altri posti i bambini ricevono tanta attenzione dagli adulti come negli ambienti sportivi. Imparano presto a predirsi le loro responsabilità, a sviluppare qualità di leadership, e devono attenersi a regole comuni ed ad avere rispetto reciproco. Il fair play è un insegnamento che uno si porta con sé in tutte le arene della vita. 

In un sondaggio pubblicato qualche mese fa, è risultato che le cose a cui i Norvegesi vorrebbero dedicare più tempo sono proprio lo sport e lo stare più a contatto con la natura, assieme a passare più tempo con la famiglia e gli amici. L'accresciuto tenore di vita, secondo il sondaggio, non ha portato a maggiore felicità. Contemporaneamente sappiamo che le differenze sociali si allargano. È deplorevole che tanti bambini per esempio, non possano partecipare alle attività del doposcuola per via della cattiva economia familiare. La battaglia contro la povertà e per un'equa distribuzione dei beni, dovrebbe essere compito principale sia del Paese che della comunità internazionale. 

L'aspetto che mi più mi rallegra della società Norvegese, è la viva partecipazione tra la gente. Continua ad esserci spazio per il volontariato e i dialoghi impegnati, e continuiamo ad interessarci agli altri ed al mondo in cui viviamo. Partecipazione ed entusiasmo sono qualcosa che noi famiglia reale notiamo quando incontriamo il popolo norvegese durante i nostri viaggi attraverso il Paese. Sappiamo che c'è molto lavoro e pianificazione nella preparazione delle visite Reali. Tuttavia, la libertà degli ospiti e lo spirito di volontà non sono, chiaramente, deficitari, e il programma non è sempre egualmente impressionante. Nondimeno ciò che c'interessa davvero è incontrare così tanta gente ed avere contatto con così tante e vitali realtà locali. 

Ci viene naturalmente in mente il matrimonio del principe ereditario del 25 agosto come contrassegno dell'anno passato. Quel giorno fu ancor più bello di come sperammo. La cosa che più ci fece piacere fu il gran finale. La risposta della gente, sia fuori la cattedrale che il palazzo reale, è stata toccante. Grazie alla presenza dei mass media, ho avuto l'impressione che la maggioranza dei norvegesi ha potuto partecipare all'evento. 

Lasciatemi approfittare dell'occasione per ringraziare, a nome di tutta la famiglia reale, per tutto l'interessamento ed il calore che abbiamo ricevuto, sia in occasione del matrimonio che durante tutto l'anno. Adesso siamo felici che anche la principessa abbia trovato il compagno della vita e ci prepariamo per il matrimonio di maggio. 

Tarjei Vesaas ha scritto: "Ogni uomo è un'isola, come sappiamo. Così abbiamo bisogno di ponti. Moltissimi tipi di ponti." Per prepararsi agli eventi del nuovo anno con coscienza e speranza, dobbiamo essere capaci di costruire ponti. Dobbiamo stare assieme, sia a livello internazionale, nazionale che nelle nostre comunità locali. Dobbiamo porgere la mano ai bisognosi. Dobbiamo aiutare a portare il fardello di chi non ce la fa da solo. Dobbiamo aiutare a costruire contatti laddove la distanza è grande. La forza della solidarietà ci aiuterà ad andare avanti. 

Auguro a tutti voi, sia a casa sia fuori, un felice anno nuovo! 

(31 dicembre 2001, traduzione italiana di Salvatore Massaiu)

Sito della Famiglia Reale Norvegese

Informazioni sulle pensioni Lettera dell'Addetto Consolare Fabio Faggioli

Riportiamo con piacere e per intero la lettera speditaci dall'Addetto Consolare Fabio Faggioli e, per motivi di spazio, senza le fotocopie. L'indirizzo telematico dell'INPS compare nella lettera citata. Contestualmente ringraziamo l'Addetto Consolare Faggioli per la sua disponibilità. 

"Oslo, 14.01.02 

Oggetto: Informazioni sulle pensioni

Egregi Signori,

 ho letto con interesse l'articolo "Pensioni a regime internazionale" sul Vs bollettino di dicembre, nel quale venivano divulgate alcune informazioni sulle pensioni, tema che è di grande attualità a seguito del progressivo invecchiamento della popolazione. 

Al riguardo, anche per far seguito alla richiesta contenuta nell'articolo stesso, allego alla presente un piccolo fascicolo di fotocopie contenente informazioni aggiornate e soprattutto pratiche, circa i meccanismi che regolano l'erogazione di una pensione per coloro che vivono all'estero. 

Ho avuto cura di evidenziare in giallo le parti che, a mio avviso, erano di più immediato interesse per la nostra Collettività. In particolare potrete trovare: indirizzi utili, limiti di età , documenti da presentare, informazioni sui contributi maturati all'estero, contributi volontari ed altro.

È opportuno inoltre sapere che il sito dell'INPS (www.imps.it) è completo e ben fatto e contiene tutte le informazioni che possono essere di utilità per coloro che si avvicinano alla soglia della pensione. 

Concludo informandoVi che gli atti emessi dagli Uffici consolari italiani per motivi pensionistici vengono rilasciati a titolo gratuito. 

Con cordiali saluti 

Firmato L'Addetto Consolare Fabio Faggioli"

Festa della Befana

Domenica 3 febbraio si è tenuta, anche se in ritardo, la tradizionale Festa della Befana. Il numero dei partecipanti è stato, nonostante il bel tempo, uno dei più bassi mai registrato. La cosa fa pensare che la composizione demografica degli italiani residenti in Norvegia sia cambiata: non ci sono più bambini piccoli o/e la nostra Associazione non riesce ad attirarli. 

A compensare lo scarso numero sono stati i giochi organizzati delle nostre brillantissime Celine Retvik e Silvia Spada Tidemann che hanno entusiasmato i bimbi presenti al punto tale che la festa si è conclusa con oltre tre ore di ritardo rispetto al previsto.

La serata è riuscita alla perfezione grazie anche ai dolci e ai tantissimi regali. Ogni bimbo è tornato a casa con almeno due regali. Inoltre il bravissimo Tullio Feraco ha usato la sua musica per integrare i giochi dei bambini e creare un'atmosfera di festa per tutti. Un grazie all'ambasciatore d'Italia in Norvegia Andrea Giuseppe Mochi Onory di Saluzzo per i bellissimi regali fatti per l'occasione, alla ditta Rapid Import per i panettoncini da distribuire a tutti i partecipanti e, sembra quasi un ritornello, all'infaticabile Danilo Rini che ha curato il servizio. I dolci sono stati fatti ed offerti da Celine Retvik, Silvia Spada Tidemann, Luciana Ghersetti e Marit Myhr Trivilino.

A tutti i partecipanti un arrivederci alla prossima festa della befana. 

ADT

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