Crisi in Europa e italiani in Norvegia

Giuseppe Filiberto

Un mostro si aggira per l’Europa! Un mostro chiamato neoliberalismo, difficile da riconoscere nascosto com’è dietro una maschera di efficienza e modernità. Feroce perché generato da cricche parassite e avide di guadagni veloci, dà caccia spietata a prede umane. E spinto dalla sua natura malvagia, succhia dalle sue vittime tutto il sangue che può per tramutarlo in oro e denaro di cui è insaziabile.

Il mostro è esistito da molto tempo, ma si può dire che è stato liberato nei primi anni ’80 con le politiche volute ed attuate da Margaret Tacther e Ronald Regan. E per nostra sfortuna seguite sino ad oggi più o meno fedelmente da quasi tutti i governi europei.

Da allora gli stati hanno ridotto il loro ruolo di controllo e di sviluppo dell’economia, e concesso consistenti privilegi fiscali ai più ricchi, con il risultato che alla lunga si è creato un indebitamento pubblico incontrollabile e grandi possibilità di speculazioni finanziarie. Le banche centrali son state man mano sganciate da ogni influenza politica mentre prima potevano essere usate per stimolare l’occupazione o per raggiungere altri obiettivi di interesse generale per la società.

Gli stessi governi hanno contemporaneamente portato avanti una politica ferma e decisa per aumentare i profitti delle imprese abbassando prima i salari e poi anche le pensioni, con il pretesto di far sorgere nuovi posti di lavoro. Il miglioramento della competitività sul mercato internazionale, abbassando il costo del lavoro, veniva quindi ottenuto a scapito delle classi meno abbienti invece di puntare sulla ricerca scientifica e su tecnologie più avanzate.

Queste scelte, penalizzando il potere d’acquisto della grande maggioranza della popolazione e causando una minore richiesta di merci e servizi, hanno al contrario spinto molte ditte a chiudere o a rallentare il ciclo produttivo. Risultato finale: impoverimento generale e disoccupazione dilagante che a parole si voleva evitare.

Questi squilibri ( qualcuno è diventato sempre più ricco ed altri sempre più poveri ) sono state le premesse per gettare la società nelle mani della grande finanza. Infatti gli stati, trovatisi di fronte ad un calo delle entrate, sono stati spinti dalle stesse banche a prendere prestiti ingenti. Anche molti privati si sono indebitati, spesso per comprare una casa o per mantenere parzialmente un livello di vita a cui erano abituati come quando ricevevano un salario decente e servizi migliori.

Giacché con il passar del tempo il debito e gli interessi diventavano insostenibili, le autorità su istigazione dell’alta finanza, decisero soluzioni micidiali per la popolazione: taglio ai bilanci, privatizzazioni, soppressioni o costi più elevati per i servizi pubblici, pensioni ridotte, vendita di proprietà e di imprese pubbliche. Tutto ciò per salvaguardare gli interessi particolari delle banche private, come se queste non avessero nessuna responsabilità dello sfacelo a cui si era arrivati. E gli stati, cioè noi contribuenti, continuiamo a pagare per le perdite e le speculazioni di queste banche!

I rappresentanti dell’alta finanza, e purtroppo molti politici, ci fanno credere ancora che la gestione dell’economia è un fatto puramente tecnico, non politico… naturalmente per poter nascondere la loro ideologia come scienza su cui non si può discutere. In poche parole, dietro tutte queste teorie che in definitiva servono a far fumo, ci sono coloro che vogliono continuare a fare i loro affari più o meno puliti senza essere disturbati da scelte o necessità di carattere sociale.

Gli effetti della tanto declamata modernizzazione si vedono nella devastazione economica in cui è caduta buona parte del continente europeo. La Norvegia è tuttora un’isola felice, le politiche neoliberiste non incutono ancora il timore che dovrebbero. Eppure il loro alito velenoso, che è già nell’aria, fanno presagire poco di buono.

Oslo è ancora una città ricca e vivace, piena di ottimismo,la città continua a crescere e le occasioni di lavoro non mancano. Tuttavia dietro le apparenze, girando per le strade e gli uffici, tra il vociare di tante lingue riconoscibili od esotiche e dietro le pieghe del benessere e dell’abbondanza, si comincia ad avvertire una crisi strisciante. Per capire quello che sta succedendo è sufficiente entrare nei locali della Caritas e dell’Esercito della Salvezza, oppure negli uffici NAV in quelli del fisco o della polizia. Qui troviamo gente proveniente di ogni dove, in cerca di lavoro e di un futuro. In termini assoluti i gruppi più consistenti vengono senza dubbio dall’est europeo, ma il fatto nuovo è che quelli del sud Europa aumentano notevolmente in percentuale (Italiani inclusi).

Sino a pochissimi anni fa sembrava che la maledizione dell’emigrazione che ha lasciato un segno doloroso ed indelebile nella storia d’Italia, fosse scomparsa definitivamente. Ora invece dobbiamo constatare che molti nostri connazionali stanno riprendendo la strada dell’estero, anche verso la Norvegia, dove l’ultima ondata di emigranti italiani si è verificata cinquant’anni fa circa. Tutto questo succede perché nel nostro paese, per la prima volta dalla sua unità nazionale, si registra un netto calo della produzione e dei redditi… e contemporaneamente un considerevole aumento della disoccupazione!

Buona parte dei nuovi arrivati riesce prima o poi a trovare una sistemazione, ma altri con minori risorse sono costretti a riprendere la via del ritorno verso un destino incerto e poco rassicurante. Coloro che rimangono hanno innanzitutto da affrontare lo scoglio della lingua, che alla lunga è impossibile da evitare, ed in un primo tempo comunque difficilie da superare anche per chi possiede un livello di istruzione superiore. Spesso non parlano neppure l’inglese, che nel mondo moderno e specialmente in Norvegia, permette di aprire tante porte sia nei luoghi di lavoro che nel resto della società. Un altro grosso problema è quello di trovare un’abitazione dato che affitti sono carissimi. L’alternativa di dormire in tenda o sotto i ponti non esiste per il semplice motivo che il clima norvegese non lo permette. Fortunatamente alcuni riescono a trovare un alloggio provvisorio presso amici o conoscenti.

Diversi nostri connazionali prendono un primo contatto con la realtà norvegese tramite l’Associazione Italiani in Norvegia ed alcuni la frequentano più o meno regolarmente, contribuendo così a renderla più viva ed a farla crescere sotto diversi aspetti, a conferma che non tutti i mali vengono per nuocere.

Per finire una breve riflessione su qualcosa che è facile dimenticare, indaffarati come spesso siamo nella nostra vita di tutti i giorni. Dovunque noi siamo e da dovunque noi veniamo, siamo tutti nella stessa barca sia con il bel tempo che nella burrasca. C’è chi fa parte del normale equipaggio assolvendo mansioni diverse e c’è chi ha la responsabilità del ponte di comando. Che fare degli incapaci che hanno scelto la rotta verso la tempesta che si poteva evitare? La risposta è evidente: abbiamo bisogno innanzitutto di governanti con un nuovo modo di pensare, con la volontà di salvare la nave e tutti coloro che si trovano a bordo.

Ecco alcuni dati presi dall’Ufficio Centrale di Statistica della Norvegia riguardanti l’emigrazione italiana verso il Bel Paese del nord, isola felice d’Europa… con la speranza che il resto del continente ne segua le orme.

Di Giuseppe Filiberto

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