Luigi Di Ruscio – In memoria

La tomba di Luigi Di Ruscio e lo scrittore Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio, è stato per molti scrittori della mia generazione un vero e proprio mito. La dimostrazione vivente del rapporto profondissimo tra vita e scrittura, tra vocazione e destino. Una linea esistenziale che ha fatto di lui un “fuorilegge”, un esule perenne della letteratura. Dopo la morte, avvenuta il 23 Febbraio del 2011, il mondo della cultura l’ha salutato con grande calore e affetto. Tanto quanto poco, invece, gli aveva tributato in vita, marginalizzandolo in un continuo “caso” irrisolto che di decennio in decennio tornava a far parlare di sé prima di scomparire di nuovo. Amato da Quasimodo, che l’aveva portato a battesimo, aveva sfiorato la collezione di poesia di Einaudi, dove era arrivato con la “benedizione” di Franco Fortini, ma la crisi della casa editrice, a un passo dalla chiusura, aveva impedito la pubblicazione; aveva poi trionfato anni dopo ad una edizione di “Ricercare”, la rassegna organizzata dai critici dell’ex neovanguardia, si erano fatti vivi tutti i grandi editori, ma alla fine aveva continuato a pubblicare con piccole etichette, per lo più indipendenti.

Il primo a ricordarlo, dopo la morte, fu il critico che aveva portato alla stampa i suoi “Cristi polverizzati” (Le lettere), Andrea Cortellessa, che su “Nazione indiana” scrisse: “Luigi Di Ruscio è morto oggi a Oslo, dove era in esilio dal 1957. Aveva compiuto 81 anni lo scorso 27 gennaio. Da qualche tempo la sua fibra possente mostrava segni di sofferenza.” Molto bello anche il pezzo di

Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera” che apriva con un titolo azzeccatissimo: “Addio a Luigi Di Ruscio, lo Jacopone operaio”, il quale ne ricordava il fascino esercitato sui suoi contemporanei: “con gli anni si moltiplica il fan club di questo irregolare che scrive da un paese altro in una lingua “altra”, radicata e sradicata insieme, comunque dall’effetto straniante, percorsa da neologismi, oralità e anacoluti”. Dalle colonne de “L’Unità”, il giornale che Luigi, militante di base del PCI di Togliatti leggeva e diffondeva da ragazzo, scrisse invece un affettuoso Riccardo De Gennaro: “Figlio di un muratore, nipote di un mezzadro, Di Ruscio ha trascorso la maggior parte della sua vita davanti a due macchine: la trafilatrice dell’azienda metalmeccanica norvegese dove lavorava e la sua Lettera 22, che paragonava a un kalashnikov. La sua scrittura aveva la rabbia degli scioperi e delle lotte operaie, la lingua era aspra, ferrosa, stridula, come la sua trafilatrice. Diceva che quando scriveva sentiva su di sé lo sguardo di tutti gli oppressi della Terra. Si sentiva spronato da loro e non voleva tradirli. Non è un caso che uno dei suoi libri più belli s’intitoli Poesie operaie.”
Anche io ne scrissi per “Il Manifesto”, cercando di fargli un ritratto spero il più possibile somigliante. Finiva così: “Quando uscì “Poesie operaie”, che curai insieme a Massimo Raffaeli, lo accompagnai a Roma dove, con Andrea Cortellessa, presentammo il suo libro alla Casa delle Letterature e poi, insieme, a Radio3. Lo misero nello studio a leggere cinque poesie, quella era la consegna, ma credo ne lesse alla fine una quarantina, commentandole ogni volta in modo molto «concreto», divertito, pieno di aneddoti, ridendo a più non posso come un bambino felice, e fuori c’era assiepato un pubblico di redattori, tecnici, conduttori, e lui non finiva mai.
Una volta, durante una delle nostre passeggiate tra i vicoli di Fermo, mi aveva detto quasi con scherno, ridendo e pensando forse alla sua storia letteraria di eterno outsider: «E che se Leopardi non pubblicava con l’Einaudi non era Leopardi?» Aveva ragione, ci ripenso spesso. E suona come un paradosso del destino adesso il fatto che dopo anni di clandestinità aveva consegnato  la sua opera a Feltrinelli. E questo libro di quasi mille pagine, che aspettava da tutta la vita, uscirà nelle Comete proprio nel settembre del 2013 col titolo “Romanzi”. «Chissà se riuscirò a vederlo» mi aveva scritto malinconico un paio di mesi prima di lasciarci. Sapeva che gli restava poco da vivere.  Angelo Ferracuti

 

Angelo Ferracuti

Angelo Ferracuti è nato a Fermo nel 1960. Ha pubblicato le raccolte di racconti Norvegia (Transeuropa, 1993) e “Il ragazzo tigre” (Abramo, 2007), i romanzi Nafta (Guanda, 2000),Attenti al cane (Guanda, 1999), Un poco di buono (Rizzoli, 2002), i testi teatrali di Comunista! (Effigie, 2008), i reportage de “Le risorse umane” (Feltrinelli, 2006- Premio “SandroOnofri”), Viaggi da Fermo (Laterza, 2009), Il mondo in una regione (Ediesse, 2009). Scrive per “il manifesto”, e per la casa editrice Ediesse dirige la collana “Carta bianca”.

 

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One comment

  1. ho conosciuto luigi a torino il 15 maggio 2009 nel presentare il suo libro cristi polverizzati mi aveva riempito di gioia il suo modo di parlare e ancora prima averlo ascoltato per radio per questo mi recai in libreria dove poi acquistai il libro.voglio dedicargli due righe:non ti avevo mai visto ma la tua ironia e il tuo sorriso sembrava lo conoscessi chissà da quanto tempo.mi hai invogliato a scrivere come se lo facessi da sempre! grazie spirito buono e generoso.

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