Salvando l’Amazzonia salviamo noi stessi

Chi come me negli ultimi anni è stato più volte nella selva brasiliana, a Catrimani con il popolo Yanomami, ad Arariboia con i guardiani Guajajara, e al confine con il Venezuela, con i Guaranì in Bolivia e i Kukama in Perù, conosce la sofferenza di quei popoli, braccati da fazenderos, speculatori dell’agro business, cercatori d’oro, taglialegna abusivi, un tempo le grandi compagnie della gomma, magari oggi quelle petrolifere, per non parlare della deforestazione prodotta dalle multinazionali della soia, Archer Daniels Midland, Buge e Cargill che utilizzano i raccolti della distruzione della foresta per fare mangimi animali, destinati soprattutto al mercato europeo. Se uno s’imbatte nell’opera monumentale di una delle figure più rappresentative e carismatiche della cultura amazzonica, lo sciamano Yanomami Davi Kopenawa, “La caduta del cielo” (Nottetempo), si rende conto del valore ecologico dei popoli custodi, patrimoni di conoscenze e credenze cancellati dall’orda capitalistica in nome di una presunta supremazia costruita su un preconcetto razziale.

Foresta bruciata a Xapurì, nelle terre di Chico Mendes. (Foto Angelo Ferracuti)

Jair Bolsonaro, “il Trump tropicale”, come è stato definito, sostenuto da uno dei gruppi economici più potenti del paese, quello dell’agrobusiness, è stato chiaro in campagna elettorale: “nemmeno un centimetro quadrato in più agli indios”, ha detto. “Il clima politico ostile ai popoli indigeni si è rafforzato negli ultimi anni; il Congresso è, infatti, dominato dalla lobby agro-industriale che fa parte della cosiddetta ‘BBB’ (boi, bala e biblia), un gruppo di politici con forti interessi in agricoltura, nella chiesa evangelica e nella lobby delle armi” mi disse Sarah Shenker di Survival quando la incontrai nel novembre scorso a Imperatriz. “Se i loro diritti territoriali non saranno rispettati, sarà una tragedia per la loro sopravvivenza e per quella della foresta Amazzonica – con conseguenze drammatiche per il nostro pianeta e per i tentativi di mitigare i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale”. Ci sono popoli custodi che difendono le proprie terre ancestrali, quella che chiamano la loro “casa”, mettendo a repentaglio la vita per salvare l’Amazzonia dalla distruzione. Come ha scritto Marta Guarani, storica leader indigena femminista: “Noi Indiani siamo come le piante, come possiamo vivere senza la nostra terra?”

Casa di pescatori sul Rio delle Amazzoni (Foto Angelo Ferracuti)

C’è una frase bellissima, struggente, proprio nel libro di Davi Kopenawa, scritto insieme all’etnologo francese Bruce Albert – che ha raccolto le sue parole – a dimostrazione della capacità di resistenza e dell’invincibile voglia di “buona vita”, come la chiamano, di questi popoli : “Una volta, eravamo veramente numerosi e le nostre case erano molto grandi. In seguito, quando sono arrivati gli stranieri con i loro fumi d’epidemia e i loro fucili, molti dei nostri sono morti. Troppo spesso siamo stati tristi e abbiamo conosciuto la collera del lutto. A volte abbiamo paura che i Bianchi ci distruggano del tutto. Eppure, nonostante ciò, dopo aver pianto molto e messo le ceneri dei nostri morti in oblio, viviamo felici.” 

Angelo Ferracuti

Angelo Ferracuti (Fermo, 1960) ha pubblicato raccolte di racconti, come “Norvegia” (Transeuropa, 1993), i romanzi “Attenti al cane” (Guanda, 1999), “Nafta” (Guanda, 2000), “Un poco di buono” (Rizzoli, 2002) ma soprattutto libri di reportage, tra i quali “Le risorse umane” (Feltrinelli, 2006), “Viaggi da Fermo” (Laterza, 2009), “Il costo della vita ”(Einaudi, 2103), “Andare, camminare, lavorare” (Feltrinelli, 2015), “Addio” (Chiarelettere, 2016), “Gli spaesati” – con Giovanni Marrozzini (Ediesse, 2018), e il memoir “La metà del cielo” (Mondadori, 2019). Scrive su il Manifesto, Lettura del Corriere della Sera, Venerdì di Repubblica e Left. Collabora ai programmi culturali di Radio3.

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