AFFIDO FAMILIARE: NUOVE CONDANNE ALLA NORVEGIA DALLA CORTE EUROPEA PER I DIRITTI DELL’UOMO

La Norvegia ha 29 cause aperte presso la corte europea dei diritti dell’uomo riguardanti casi di affidamento familiare. La maggior parte riguarda le misure di protezione dei minori che comportano la rottura totale o parziale dei legami tra genitori biologici e figli. Undici casi riguardano l’adozione contro la volontà dei genitori, quattordici vari gradi di limitazione della frequenza dei rapporti tra i figli e la famiglia biologica, e quattro riguardano altri casi.

In tre delle cinque cause arrivate a giudizio la Norvegia è stata condannata per violazioni dell’articolo 8 della convenzione europea dei diritti umani sul diritto alla vita privata e alla famiglia.

L’ultima condanna risale a settembre quando la corte di Strasburgo ha condannato la Norvegia per aver dato in adozione un bambino di tre anni contro la volontà dei genitori biologici. Grégory Thuan Dit Dieudonné, l’avvocato che ha rappresentato la madre è da diversi anni coinvolto nel campo del diritto di famiglia, esperto presso il Consiglio d’Europa, ed è stato precedentemente impiegato come avvocato presso la corte europea dei diritti dell’uomo. Nel corso di una visita ad Oslo a dicembre 2019 ha dichiarato al quotidiano Aftenposten: “Vi è un errore di sistema fondamentale nell’affido familiare norvegese… l’intero sistema dovrebbe essere cambiato. In questo caso, vediamo che il sistema favorisce l’allontanamento e l’adozione forzata a spese dei genitori biologici”.

Dieudonné ritiene che la Norvegia come gli altri paesi scandinavi siano tra i peggiori a usare l’affidamento giudiziale senza giustificazione e che il sistema norvegese non adempi all’obbligo di cui all’articolo 8 della Convenzione di lavorare attivamente per il ricongiungimento dei figli ai genitori biologici dopo l’affido.

Cecilia Dinardi, avvocato norvegese e attivista per i diritti dell’infanzia, già membro di una commissione governativa sui diritti alla cura e protezione dei minori nel 2016, ricorda come le autorità norvegesi abbiano da tempo ricevuto avvertimenti da diverse parti sul fatto che la pratica norvegese sugli affidi sia in conflitto con le convenzioni internazionali.

Intervistata dal quotidiano Dagbladet racconta: “Proponemmo di legiferare sul fatto che i bambini dovessero preferibilmente crescere nella propria famiglia e di chiarire il principio biologico e il diritto alla vita familiare (e come) l’affido non consensuale sia di regola una misura a carattere temporaneo che deve tendere al reinserimento, ove possibile”. Nonostante ciò, il governo, nella discussione su una nuova legge sui diritti dei minori all’inizio del 2019 ha ritenuto che la proposta della commissione non dovesse essere inclusa nella legge. “Ritengo che il governo abbia seguito poche delle nostre proposte” conclude Dinardi.

Anche l’avvocato Venil Katharina Thiis si occupa di diritto familiare ed ha una causa a Strasburgo per un bambino sottratto ai genitori alla nascita perché alla madre venne diagnosticata una psicosi puerperale. Commentando la sentenza di condanna di settembre afferma: “Questo caso dimostra anche che è molto difficile per i genitori riavere il bambino una volta presa una decisione urgente. I servizi sociali spesso mirano a un collocamento a lungo termine e la frequenza di visite ai genitori biologici è non di rado fissata a sole quattro volte l’anno”.

Thiis ritiene che nonostante le sentenze della Corte di Strasburgo le autorità norvegesi restino convinte di avere un buon sistema. “Quando criticati, cercano di cavarsela dicendo che probabilmente qualcosa si possa migliorare. Non capiscono che c’è un errore fondamentale e non procedono ad alcuna correzione. Dovrebbero piuttosto vedere le critiche come un punto di partenza per un sistema migliore”. O come sostiene Dieudonné, per un sistema completamente diverso.

Aggiornamento 17 dicembre 2019. Martedì 16 dicembre sono state emesse altre due sentenze di condanna nei confronti dello stato norvegese. Sono quindi cinque le condanne sulle sette cause finora arrivate a giudizio delle 35 in corso dal 2015. La prima riguarda una rifugiata somala a cui fu sottratto il neonato per essere affidato e poi dato in adozione ad una famiglia norvegese. La madre contestava anche il fatto che la famiglia adottiva fosse di religione cristiana e non mussulmana. La corte non si è però espressa su quest’ultimo aspetto, ovvero in relazione a una possibile violazione della libertà religiosa. Anche la seconda causa ha a che fare con cittadini stranieri, in questo caso una ragazza madre polacca a cui venne sottratto un figlio per essere trasferito in una casa famiglia con indirizzo anonimo. In entrambi i casi le sentenze criticano le limitazioni al mantenimento di contatti tra bambini e genitori biologici, che di fatto impediscono ogni possibilità di ricongiungimento, e la superficialità delle motivazioni alla base degli affidi non consensuali.

Salvatore Massaiu

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Share and Enjoy !

0Shares
0 0 0

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.