LA PSICOLOGIA DELL’IMMIGRAZIONE: LA RESILIENZA

La resilienza è in gran parte frutto degli occhiali attraverso cui gli individui vedono se stessi, gli altri e il mondo. Occorre pertanto modificare le lenti con cui interpretano gli eventi e vi attribuiscono un significato.

IL FENOMENO “EXPAT”

Cosa significa essere expat dal punto di vista psicologico? La vita di un expat pone davanti a sfide pragmatiche, come quelle di tipo organizzativo, economico e gestionale, così come colpisce la sfera emotiva: chi intraprende questo tipo di percorso deve abituarsi a convivere con un perenne senso di incertezza e imparare a far fronte ai continui cambiamenti. Occorre focalizzare l’attenzione sul concetto di partenza, di separazione e di arrivo. Maturare la scelta di partire per un altro Paese significa scontrarsi con il concetto e con il vissuto di separazione: ci si separa dal contesto familiare, affettivo, sociale e culturale originario e questa scelta provoca una rottura dell’equilibrio preesistente. Quando ci spostiamo da un Paese all’altro e quindi da una cultura ad un’altra, il nostro senso di identità può essere attaccato, facendoci sentire smarriti, alienati o impotenti. Oltre a vissuti di dolore e angoscia, il senso di colpa è uno dei tanti sentimenti che un expat può provare una volta trasferitosi; a volte può essere la famiglia ad essere causa di questa sensazione, a volte è qualcosa che ci si autoimpone. Il senso di colpa è ancora più forte per coloro che fanno parte della cosiddetta “sandwich generation”: queste persone si trovano a far fronte alle necessità dei propri figli e a quelle dei propri genitori che stanno invecchiando. Associato al senso di colpa e talvolta come sua diretta conseguenza subentra anche un senso di perdita. Man mano che passa il tempo speso in un Paese straniero, si diventa sempre più coscienti di come la vita a “casa” sia andata avanti nonostante la propria assenza.

LO SHOCK CULTURALE

Tuttavia molte persone fanno fatica ad adattarsi alla vita all’estero. Le reazioni comuni che si vivono in un trasferimento all’estero sono: la sorpresa culturale, lo stress, e lo shock culturale. La sorpresa culturale è quella che si prova quando si iniziano a notare le differenze in terra straniera. È in queste situazioni che l’inconscio comincia ad allarmare la coscienza, comunicandole le “anomalie” che rileva. Anche se ci si può sentire preparati ad affrontare le differenze culturali, sorprendersi è molto facile. La diversità del cibo, dell’abbigliamento, dei trasporti, della lingua, possono farci sentire totalmente estranei in un altro Paese. Se da un lato le novità del posto possono essere eccitanti, da un altro punto di vista creano tensione. Possiamo allora parlare di stress culturale. Focalizzare l’attenzione continuamente sulla risoluzione dei problemi delle attività quotidiane, come ad esempio utilizzare un bancomat straniero, confrontarsi con le usanze diverse o anche una banale ricerca di uno shampoo, porta all’esaurimento delle nostre energie mentali. Prepararsi ad affrontare questi disagi è molto difficile, proprio perché i meccanismi alla radice sono inconsci. Sorpresa e stress, sono spesso il mezzo con cui inizia a spianarsi la strada il vero e proprio shock culturale. Inizialmente possiamo provare un intenso ma vago senso di malessere o di depressione, segno tangibile del fatto che la mente si sente sopraffatta dai nuovi modelli e stili di vita esteri. Lo shock culturale si manifesta con alterazioni a livello emotivo, comportamentale, cognitivo e fisiologico.

Livello emotivo: vissuti di ansia, smarrimento, disorientamento, tristezza, nostalgia, confusione, insicurezza, crisi identitaria; Livello comportamentale: diffidenza, chiusura, isolamento, non integrazione nel contesto sociale, limitazioni nelle attività quotidiane; Livello cognitivo: difficoltà imparare lingua del posto, difficoltà concentrazione, difficoltà attenzione; Livello fisiologico: disturbi del sonno.

EXPAT E DISTURBI MENTALI

Vivere all’estero rende i soggetti più sensibili ed inclini a disturbi mentali. Tra i fattori che contribuiscono al loro sviluppo ci sono sicuramente la nostalgia di casa e l’isolamento sociale. È stato constatato che più del 50% degli espatriati risulta essere a rischio di disturbi internalizzanti (come ansia e depressione), Sorprendentemente, la comunità degli expat sembra essere anche più incline a disturbi esternalizzanti caratterizzati da comportamenti diretti prevalentemente verso l’esterno come aggressività, insubordinazione, iperattività e impulsività. È stato inoltre registrato un rischio maggiore tra gli expat di dipendenza ed abuso di sostanze.

Soggetti più a rischio: membri del nucleo familiare siano i più colpiti dal trasferimento il che li rende molto più soggetti a sviluppare disturbi mentali: tutti quegli expat che non hanno avuto scelta se non quella di accettare la nuova realtà, come i partner ed i bambini, risultano essere quindi più inclini a manifestare i sintomi sopradescritti. Tra i soggetti più a rischio ci sono sicuramente gli studenti che intraprendono un percorso di studi all’estero.

LA RESILIENZA Quando un individuo viene messo di fronte a tutte le sfide tipiche di una vita da “expat” è inevitabile sentirsi disorientati. Una delle risorse migliori che si può avere è la resilienza. Il concetto di resilienza viene adottato in numerosi campi, come quello della biologia facendo riferimento alla capacità di autoripararsi dopo un danno o in ingegneria dove designa l’abilità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura. In ambito psicologico La resilienza è la capacità di affrontare degli eventi traumatici e stressanti, superarli e continuare a svilupparsi aumentando le proprie risorse con una conseguente riorganizzazione positiva della vita. Essere resilienti è requisito fondamentale per tutti gli individui ma diventa fondamentale soprattutto per coloro che nell’arco della propria vita si trovano più volte costretti a doversi riadattare a nuove realtà. Ogni individuo possiede in misura maggiore o minore delle qualità resilienti che possono essere diversamente potenziate nell’arco della vita.

FATTORI DI RISCHIO E FATTORI PROTETTIVI

Quando si parla di resilienza si parla necessariamente di Fattori di rischio e fattori protettivi, i primi fattori diminuiscono la capacità di sopportare il dolore, mentre i secondi fattori, contrapposti ai primi, sono elementi di forza per superare le avversità. Tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, troviamo:

I fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura); I fattori familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione); I fattori di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale). I fattori protettivi si dividono: fattori personali: Autoefficacia, Autostima, Consapevolezza emotiva, Ottimismo, Capacità analitica, Causalità interna, Indipendenza, Humor, Empatia. Fattori relazionali: Buona rete familiare di appoggio, Competenza sociale, Relazioni significative con gli altri, Accettazione all’interno del gruppo dei pari, Persone disponibili.

Carmela Marucci

Psicologa iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della Regione Abruzzo

Fine prima parte


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