La storia politica dell’Italia: miti e fatti

Il libro “Storia politica dell’Italia: 476-1945” di Elisabetta Cassina Wolff riporta con precisione gli avvenimenti più importanti e le linee di sviluppo dell’Italia in quanto entità politica, in un lasso di tempo di 1469 anni. I periodi più conosciuti della storia italiana, come il Rinascimento, la mafia, il fascismo e il brigantaggio sono qui spiegati e contestualizzati, in modo da chiarire fraintendimenti e completare le letture parziali che spesso caratterizzano la conoscenza dell’Italia oltre confine. La recensione inizia con un breve riassunto del libro e si conclude con una critica dei temi scelti. Il libro è ricco e include diverse fasi storiche, è per questo motivo che non è possibile commentare dettagliatamente ognuna delle fasi storiche descritte. Per questo proposito consiglio vivamente la lettura dell’intero libro. Quello che troverete in questa recensione è un commento sulla maniera di raccontare la storia e la prospettiva scelta dall’autore. La speranza è quella di ispirare i lettori a leggere questo libro e anche altri!

Riassunto del libro

Elisabetta Cassina Wollf comincia il suo racconto con un mito, quello dell’origine dell’Italia come unità politica, in quanto idea astratta (pag. 18). Il mito della fondazione dell’Italia presuppone che gli italiani siano gli unici legittimi eredi della romanità. In realtà la penisola italiana, insieme a Sicilia e Sardegna, dopo il crollo dell’Impero romano erano un mosaico di regni e culture diverse. Questa realtà importante ma meno conosciuta è descritta nel primo capitolo «Italia i Republica Christianorum (476-1300)». L’autrice segna una linea di demarcazione tra la storia politica e quella della lingua italiana. Già dal primo capitolo l’autrice mette in evidenza il ruolo delle diverse istituzioni (re, papi…) e descrive le diverse influenze culturali che hanno seguito le diverse conquiste della penisola italiana e delle due isole. Il primo capitolo contiene anche un interessante e essenziale spiegazione del ruolo che la «città» ha nello sviluppo della politica italiana, un’eredità che l’Italia porta ancora con se.

L’autrice non dimentica di posizionare lo sviluppo dell’Italia in un contesto più internazionale. Nel secondo capitolo «Varie Italie (1300-1559)» ella spiega come lo «spirito del capitalismo» globale diventa evidente nel 1300 e come il processo di individualizzazione iniziò proprio in Nord-Italia nell’Alto Medioevo. Nella seconda parte del capitolo l’autrice sottolinea nuovamente l’importanza che le diverse entità politiche attive 300 anni prima dell’Unità d’Italia ebbero nel processo che portò all’Unità.

Il terzo capitolo (1530-1796) analizza nel dettaglio la dominazione straniera. Qui sono inclusi i conflitti che portarono l’Italia verso quel processo che prese il nome di «Risorgimento» che è il tema del quarto capitolo. L’Italia è, nel 1861, uno stato sovrano e indipendente. In questa parte del libro l’autrice può cominciare a raccontare una storia basata su fonti più recenti e a partire dal quinto capitolo (1861 e 1914) viene raccontata la storia di una entità politica che ancora esiste, anche se in una forma diversa. Qui la descrizione è incentrata sulle sfide dell’Italia unita, specialmente quelle dovute ad un processo di unificazione troppo rapido: le relazioni socio-economiche, i cambiamenti politici e le rivolte sociali del Sud Italia. Le sfida maggiore fu, probabilmente, il tentativo di modernizzazione del paese secondo gli standard del nord-Italia e viene qui descritta in modo da spiegare le attuali diversità tra le diverse regioni italiane.

Il Risorgimento fu un processo portato avanti da un’elite nord-italiana, oppure fu un processo bilaterale, con da una parte l’elite moderata e liberale nord-italiana e dall’altra il movimento guidato da Garibaldi? Questo punto è stato a lungo controverso per la storiografia italiana e qui Elisabetta Cassina Wollf dà il suo contributo al dibattito. Quello che è certo è che il Risorgimento come processo di unificazione non terminò nel 1861. Solo dieci anni più tardi il territorio italiano incluse anche la regione veneta. I confini furono nuovamente modificati dopo la seconda guerra mondiale.

L’ultima parte del quinto capitolo descrive i cambiamenti politici tra DePretis, Crispi e Giolitti. In questo contesto viene discussa la democratizzazione del paese e inoltre il fenomeno mafioso viene spiegato nella sua prospettiva storica.

Nel 1880 le parole di Massimo D’Azeglio «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» furono utilizzate per evidenziare la necessità di modificare lo spirito dei cittadini, in modo che essi potessero acquisire maggiore consapevolezza della loro appartenenza. Il passo è corto tra progetto di costruzione di una nazione e nazionalismo come progetto di esclusione. Nel caso italiano fu con Giolitti che si tentò di costruire la nazione italiana, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. I primi segni di pericolo di quello che sarebbe successo in seguito vennero avvertiti già in questa fase e sono descritti alla fine del quinto capitolo. Gli ultimi due capitoli trattano il Fascismo tra le due guerre mondiali e l’inizio dell’Italia Repubblicana. Un lungo periodo in cui l’Italia partecipò a due guerre mondiali, la dittatura, la fine della monarchia e infine il cambio di sistema politico.

La prospettiva storica

“Storia politica dell’ Italia: 476-1945” fornisce una sorta di traduzione e interpretazione delle principali rappresentazioni della storia nazionale italiana. Non vengono, quindi, solo descritti gli avvenimenti storici, ma la presentazione è ben adattata ad un pubblico estero. Tra i norvegesi c’è un interesse per la cultura italiana, sia a causa dell’importazione dei prodotti italiani che alla scelta dell’Italia come meta turistica e centro artistico. Risulta utile conoscere meglio il contesto politico italiano, per esempio l’arte del Rinascimento viene contestualizzata nel paragrafo intitolato «Arte come propaganda politica» (pagine 94-95). Un altro fenomeno che desta curiosità è la storia del fascismo italiano, che viene considerato come il prototipo di movimenti simili in altri paesi, nonostante le proprie peculiarità (pagina 266). Qui non approfondiremo questi temi, ma si vuole discutere la prospettiva scelta da Elisabetta Cassina Wollf per il suo libro. Il libro fa risalire la storia politica italiana ad un’epoca in cui l’Italia ancora non esisteva in quanto entità politica. Nello stesso periodo e territorio si ricercano anche le radici dell’Europa occidentale. Perché la storica decide di definire l’Italia e l’Europa Occidentale in un momento in cui esse non esistevano? Con questa scelta Wolff sceglie anche da che parte stare nell’attuale dibattito storico e proveremo a collocare la sua scelta metodologica.

Cosa è «l’Italia» in questo libro? Tra i norvegesi l’interesse per la cultura popolare italiana si concentra sulla mafia, sul ruolo della famiglia e spesso questo interesse è influenzato dalle rappresentazioni Hollywoodiane. E’ per questo rilevante l’approfondimento sulla «questione meridionale», ad esempio sulla cultura arabo-normanna in Sicilia (vedere le pagine 60-64 ma anche 32-34 e 83-84) o anche qualche cenno su quali conseguenze l’unificazione rapida ebbe sulle regioni meridionali (pagine 219-220, 196-198, 207-208 e 215-16). In parte questo libro contribuisce ad attenuare i cliché e dare una spiegazione esperta su questi temi. Tuttavia l’autore avrebbe potuto andare più in là e chiarire che tali dibattiti continuano tutt’oggi e che lei stessa si è posizionata rispetto a questi.

Il libro inizia (pagina 9) affermando che «E’ legittimo credere che l’Italia sia sempre esistita come nazione, ossia come unione di individui che condividono lo stesso patrimonio storico (l’era romana) e un’eredità culturale comune». Questa continuità che l’autrice sostiene di poter osservare è identificabile a livello istituzionale, ma manca a livello di cultura popolare. In altre parole il libro mostra la continuità all’interno dello stato, ma non della nazione (intesa come identità collettiva). Quando si scrive la storia politica dello stato senza includere la storia culturale della nazione è quantomeno insolito scegliere di «credere che l’Italia sia sempre esistita come nazione». Una tale credenza può essere adatta ai manuali di storia per l’insegnamento della storia nazionale, ma necessiterebbe un ulteriore approfondimento nel caso si parli di storia come attività di ricerca. Il libro, insomma, offre un ottimo strumento per l’insegnamento di una versione della storia politica della penisola italiana della Sicilia e della Sardegna, ma non uno strumento di ricerca. Un esempio è l’attuale ricerca sulle rivolte di Napoli del 1647 che furono ispirate da avvenimenti trasnazionali e che ispirarono, a loro volta, la rivoluzione inglese del 1688 (ricerca del dottor Davide Boerio). La ricerca sulla storia trasnazionale contribuisce a sviluppare la conoscenza sulla storia come è stata raccontata durante il periodo nazionalromantico. Elisabetta Cassina Wolff basa il suo concetto di entità nazionale su ciò che lei pensa sia «legittimo credere», al di là di ciò che è storicamente accertato. In questo modo la sua ricostruzione rimane all’interno della storia egemonica italiana, senza l’utilizzo di nuovi riscontri empirici che cambino questa ricostruzione. Ci si può chiedere se sia necessario, al giorno d’oggi, avere una ricostruzione storica che includa sia fatti che miti, oggi che il ruolo della nazione stessa diventa sempre meno importante. O almeno la nazione come fu definita in epoca moderna (da una prospettiva puramente sociologica, che il professor Daniele Ungaro spiega nel suo libro «Le nuove frontiere della sociologia politica, 2004, in cui definisce la nazione come «Una rappresentazione sociale che determina direttamente la visione del mondo degli individui e che influenza le loro azioni».

Cosa è l’Europa occidentale in questo libro? Per i lettori norvegesi l’unità dell’Europa occidentale diventa sempre più rilevante e include i cosiddetti «membri indiretti» dell’Unione Europea, così come la partecipazione ai lavori del Consiglio d’Europa. E’ possibile capire meglio la storia dell’Europa Occidentale attraverso la comprensione della storia della penisola italiana, della Sicilia e della Sardegna nelle loro varie fasi. I primi due capitoli di questo libro presentano avvenimenti storici che hanno una valenza mitologica nella coscienza collettiva, come le vicende dell’impero romano, lo scisma tra il regno cristiano occidentale e orientale o le crociate. In un certo modo, in questi capitoli vengono fornite informazioni che contribuiscono a chiarire la comprensione mitologica della storia, ad esempio la divisione netta tra mondo orientale e occidentale. La penisola italiana, la Sicilia e la Sardegna hanno visto la coesistenza tra bizantini, arabi, normanni e longobardi e  latini non italiani, come i regni iberici e francesi.  Il libro avrebbe potuto, tuttavia, essere più chiaro su cosa è l’ortodossia storica della Scuola delle Annales: che il Rinascimento è nato dalla traduzione dei testi classici, ben conservati da arabi e greci, e che il Medioevo fu un periodo di unificazione più che di separazione, e che è difficile identificare una precisa Europa occidentale in quanto unità culturale prima del 1000 dopo Cristo. Si tratta di elementi storici scientifici che contribuiscono a chiarire i miti storici del passato e ci si può chiedere perché questi non vengano citati nel libro della Wollf, come in altri testi non altrettanto approfonditi come Greer & Lewis: A Brief History of the Western World o Palmer & Colton: A History of the Modern World. Elisabetta Cassina Wolff presenta la storia che è rilevante per il mito dell’Unione Europea, ma non si concentra sul chiarire la distinzione tra quelli che sono i miti e quelli che sono i fatti storici.

Carenze metodologiche

Ci si può anche chiedere perché l’autrice non si addentri nella discussione sul contributo che le nuove ricerche storiche possono portare ad una revisione delle versioni oggi più accreditate. L’impressione è che il lavoro sia basato sulla traduzione e l’adattamento a fini didattici di materiale già disponibile, ma che non apporti nuovi dati e quindi nuovi contributi alla ricerca storica. La ricerca storica è un lavoro in continua evoluzione, che serve anche a separare i miti dai fatti che creano la nostra percezione del passato. I libri di testo, i manuali scolastici, invece riportano spesso una verità «stabilita e accettata» sul passato. Perché Wollf decide di utilizzare in maniera così ampia la versione «accettata» della storia nazionale italiana e europea? La scelta di questa prospettiva è suscettibile della stessa critica che è stata mossa a Gramsci, quando egli scelse di utilizzare concetti marxisti per descrivere processi storici che ebbero luogo prima del marxismo (pagina 219). Non appare meno anacronistica la scelta di «credere» che la nazione sia sempre esistita o il divincolarsi dalla discussione sulla rappresentazione dell’occidente legandola ad una supposta diversità tra cultura greca e cultura araba. (Si può anche notare che il suo concetto di «modernizzazione» è direttamente importato dalla teoria sociologica sulla modernità, senza che venga spiegato perché questa teoria appaia più adatta della concorrente teoria dell’indipendenza).

Nonostante Wollf sposi la tradizione storica liberale di Benedetto Croce, in opposizione alla tradizione gramsciana, non prende esplicitamente in considerazione la comprensione metodologica che accomuna Croce e Gramsci e cioè che «tutta la storia è storia contemporanea». Entrambi sostenevano che gli storici scelgono quali avvenimenti presentare secondo la rilevanza che questi hanno nell’attualità. La scelta di prospettiva è, ancora una volta influenzata dalla contemporaneità e dal come si vuole formare il futuro (come spiegato in maniera chiara nel classico manuale “What is History?” di E.H. Carr). Gli storici devono riflettere in maniera esplicita sulla maniera in cui decidono di scegliere i fatti e la loro prospettiva. I manuali, invece, presentano spesso la storia come una serie non discutibile di avvenimenti. E’ positivo che Cassina Wollf sia abbastanza esplicita sulla sua scelta di prospettiva, tale che questa possa essere discussa (pagine 9, 219, 350). Tuttavia, sarebbe stato un contributo ancora maggiore portare avanti una ricerca capace di sfidare i miti (o criticare le ideologie). Sarebbe stato interessante riflettere sulla storiografia egemonica in Italia come risultato del compromesso necessario tra le forze politiche dopo la dittatura, che potesse includere le interpretazioni fasciste e antifasciste. Le nuove generazioni iniziano ad essere distanti dall’esperienza dittatoriale ed è legittimo chiedersi se la storiografia necessiti ancora di un tale compromesso per scrivere la storia della nazione, del nazionalismo e della costruzione dello stato nazione.

Recensione: Carla Melis e Helge Hiram Jensen; traduzione dal norvegese e redazione Carla Melis

Il libro: Elisabetta Cassina Wolff, Italias politiske historie: 476-1945. Cappelen Damm, Oslo, 2016.

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *